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Appuntamento alle 9 sulla scalinata della portineria centrale. Scarpe comode, pochi pesi perché sicuramente ci sarà parecchio da camminare e la consapevolezza che a questo appuntamento così importante non si può proprio mancare. Si fa capolino un po’ timorosi e con la paura che magari molti stabilizzati “APPAGATI” dalla loro assunzione oggi potrebbero non essere presenti. Ti guardi intorno e vedi che ancora non c’è molta gente…poi però pensi che oggi c’è anche lo sciopero dei mezzi e quindi molti potrebbero essere andati direttamente a Piazza della Repubblica.
Il gruppo si fa sempre più numeroso e quindi alle 9.30 si parte. Molti di noi indossano un camice bianco a rappresentare il comparto ricerca. Si decide di passare all’interno della città universitaria e a piazza Aldo Moro si incontrano tutti gli studenti che si sono radunati per raggiungere il corteo.
Vedendoci passare con bandiere, megafoni e fischietti si lasciano andare ad un applauso lungo e sentito. Noi li riapplaudiamo sia per dar loro tutto il nostro appoggio ma soprattutto perché in molti di noi vedere loro è come tornare ventenni quando lottavamo per degli ideali in cui credevamo. Galvanizzati da questo episodio procediamo, sotto gli occhi incuriositi dei passanti, verso il raduno di Piazza della Repubblica.
E’ un trionfo di colori, di palloncini, di bambini, di insegnanti vestite da clown di camion festanti pieni di ragazzi. Inebriati da tanto colore e tanto rumore cerchiamo la nostra postazione e il nostro striscione a cui accodarci ma la gente è veramente tanta, come non se n’era mai vista malgrado tutti gli organi di informazione hanno boicottato questa grande manifestazione del sindacalismo di base, non dandole nessun risalto. Ma la vera sorpresa la troviamo lì dietro il nostro striscione…ci sono tutti, lo zoccolo duro anche questa volta è presente e l’emozione è fortissima perché adesso c’è un ideale da portare avanti. Si indossano allegramente i fratini verdi con la scritta “giù le mani da ricerca e università” e ci si prepara a partire ma siamo talmente tanti che dobbiamo aspettare il nostro turno visto che l’inizio del corteo è già a Piazza San Giovanni. Proprio mentre aspettiamo di partire comincia a diluviare in una sorta di ambientazione giusta per ribadire il detto”piove governo ladro”.  Zuppi in modo inverosimile nessuno abbandona la sua postazione e con i nostri ombrellini che fanno tanto colore ci apprestiamo  a prendere posizione dietro il nostro striscione sommersi da una marea di giovani che sono lì ad urlare la loro rabbia contro il decreto Gelmini. La pioggia non ci abbandona mai e anche con un po’ di fatica in più per qualcuno di noi considerando gli anni che passano (abbiamo cominciato questo percorso che eravamo giovani e forti) arriviamo nella mitica Piazza San Giovanni con l’orgoglio di esserci riappropriati della NOSTRA piazza ultimamente un po’ troppo inflazionata. Siamo bagnati, stanchi ma felici perché abbiamo visto sfilare insieme a noi co.co.co. , tempo determinato, personale di ruolo, capi reparto, stabilizzati e a loro abbiamo espresso la loro gratitudine per esserci. Ma in fondo noi ce lo aspettavamo perché chi ha vissuto per così troppo tempo,  sulla propria pelle  l’umiliazione, la non considerazione, la rabbia e l’indignazione non può improvvisamente sentirsi uno STABILIZZATO dopo anni e anni di lotte di mobilitazioni ma soprattutto di PARTECIPAZIONE. Noi eravamo lì e ancora ci saremo perché se qualcuno ci guarda negli occhi ci vedrà ancora impressa la paura di poter perdere il proprio posto di lavoro, la rabbia per essere stati considerati molte volte solo dei numeri senza nessun riconoscimento o merito. Ci vedrebbero anche la gioia provata quando una graduatoria ci dava la conferma che ce l’avevamo fatta, il pianto liberatorio dopo la firma dell’assunzione ma con la morte nel cuore per tutti quei  nostri colleghi, ma ormai amici, che mestamente piangevano in un angoletto dopo che una graduatoria li aveva dati per vincitori e poi una forza misteriosa li aveva rilegati nelle zone basse della graduatoria. Noi eravamo lì perché pur essendo solidali con i nostri colleghi che vivono una condizione altrettanto deprecabile di sottoinquadrati abbiamo sviluppato in tutti questi anni una sensibilità verso le ingiustizie e nei confronti di chi ancora non ce l’ha fatta come noi e che anzi in questo momento paradossalmente rischia addirittura il posto di lavoro. Ecco è proprio a loro che noi ci rivolgiamo  confermando tutto il nostro appoggio morale e esortandoli a non mollare mai affinchè vengano riconosciuti i loro diritti per anni calpestati  con la consapevolezza che noi saremo sempre lì a lottare con loro in prima linea. Io credo che sia proprio questo che ci rende così DIVERSI dagli altri e quindi sempre più NUMEROSI. L’altra sera ho sentito Roberto Saviano (da cui tutti noi dovremmo prendere esempio) fare una citazione e dire che quando si abbandona un ideale per cui si è lottato o lo si fa perché non ci si credeva veramente  o perché si è uomini piccoli…noi invece in questo ideale ci crediamo veramente e soprattutto siamo grandi uomini. 
Una stabilizzata precaria nell’animo.